Vitale
Eliana
La maggior parte delle mie poesie è nata su un autobus, su un treno, mentre camminavo, mi si è palesata come un richiamo quando ero in movimento. Pensiero intrusivo o oracolo che fosse, non ho memoria di essermi mai seduta alla scrivania con il chiaro intento di scrivere una poesia, ma la poesia è venuta a me come un’urgenza superiore, una parola che andava detta e liberata. Solo dopo è arrivato il momento artigianale, quello della cesellatura del blocco di marmo delle parole, perché fossero sempre più vicine, sempre più fedeli a quella voce. Scrivere poesia per me è stato questo: un atto spontaneo, gioioso e doloroso, sporco di stelle e zuppo di mare, ma soprattutto un tentativo di trascrizione dell’infinito. Danzando sugli anelli di Saturno è il titolo che ho scelto per la mia prima raccolta. Rileggendomi, ho capito infatti di aver danzato sulla lezione del severo Saturno, il grande Senex, che risucchia e tira giù i suoi figli nel vortice del nulla. Ho compreso che, tra la drammatica accettazione della ferita e la sfacciata danza sugli anelli saturnini, la poesia è stata per me il gioco più serio in cui mi sia mai cimentata.
